Un referendum sulla cittadinanza agli stranieri è un tema importante, concernendo l’appartenenza o meno alla comunità politica.
L’8 e 9 giugno, fra i referendum abrogativi per i quali gli elettori italiani sono chiamati alle urne, vi è quello sulla cittadinanza agli stranieri e ciò che maggiormente sorprende è che gran parte dei cittadini italiani non è a conoscenza di che cosa si tratti. Sono davvero parecchi coloro che non sono informati sul fatto che si voti, così come altrettanto numerosi sono coloro che non sanno su che cosa si voti. Ce lo dicono i diversi sondaggi condotti in queste settimane sul tema, per esempio quelli realizzati per trasmissioni televisive e quotidiani nazionali, i cui risultati sono esposti nel contributo di Marta Regalia.
Come si osserva, la stima della partecipazione elettorale varia da un minimo di circa 31% a un massimo di 39%, restando comunque al di sotto della soglia del 50% più un voto necessaria a rendere valida la consultazione. Un dato che sembra ormai rappresentare una condanna definitiva per lo strumento referendario, prima ancora che per il tema specifico sul quale si ricorre al voto popolare. È infatti la crescente propensione dei cittadini a disertare le urne, alle elezioni amministrative e politiche così come in occasione dei referendum, a far sì che promuovere un referendum abrogativo equivalga a una pratica suicida. È questo il motivo per cui molti partiti politici preferiscono ricorrere in chiave strategica all’appello al non voto invece che confrontarsi nel merito dei quesiti referendari. Anche se in un clima politico generale in cui la smobilitazione elettorale riguarda sempre più anche i ceti centrali della società italiana (gli elettori professionalmente qualificati e con reddito medio-alto), associandosi a un pesante giudizio di inefficacia della politica, la scelta strategica del non voto rischia di indebolire ancor di più la già crescente delegittimazione della politica democratica.
Prevedendo un quorum per l’approvazione della proposta referendaria, la Costituzione repubblicana implicitamente assume che i cittadini possano legittimamente astenersi dal votare. E anche la natura spesso eccessivamente tecnica dei quesiti referendari (come nel caso dei referendum sul lavoro) è tale da indurre gli elettori ad astenersi, perché privi di consapevole e motivato orientamento sul tema in discussione. Tuttavia dall’epoca in cui i referendum abrogativi ebbero modo di determinare passaggi fondamentali nel cambiamento di costumi e stili di vita della nostra comunità (si pensi al referendum sul divorzio del 1974 o a quello sull’interruzione volontaria della gravidanza del 1980), le cose sono radicalmente cambiate. L’orizzonte che oggi si staglierebbe di fronte a un ipotetico legislatore costituente sarebbe assai diverso da quello dei padri della Repubblica. La partecipazione elettorale, sia alle prime elezioni democratiche e a suffragio universale per l’elezione dell’Assemblea costituente sia alle prime elezioni politiche, fu molto elevata: l’89.1% nel 1946 e 92,2 % nel 1948. È questa la ragione per cui i costituenti intesero introdurre un numero di firme per richiedere un referendum abrogativo così basso, vincolando la validità della consultazione al 50% più un voto degli aventi diritto. Oggi, con una partecipazione elettorale che oscilla fra il 63, 9% delle ultime elezioni politiche e il 49,7% delle recenti elezioni europee, quelle condizioni non hanno più senso. Occorrerebbe quindi incrementare la soglia delle firme necessarie per l’indizione di una consultazione referendaria e al tempo stesso eliminare il vincolo della maggioranza assoluta degli aventi diritto.
Un altro aspetto che desta grande preoccupazione riguarda il basso livello di informazione di cui dispongono gli elettori innanzi ai quesiti referendari. L’allarme è davvero molto alto se addirittura l’Autorità Garante delle Comunicazioni (Agcom) ha richiamato le emittenti televisive e radiofoniche, inclusa la Rai, affinché incrementassero la copertura informativa sui referendum, sottolineando l’importanza di assicurare agli elettori un’adeguata informazione per esercitare consapevolmente il diritto di voto. Sempre stando ai sondaggi IPSOS e Demopolis citati nel contributo di Marta Regalia, solo rispettivamente il 38% e il 35% degli intervistati sul cosiddetto referendum sulla cittadinanza è stato in grado di identificare correttamente quali siano i criteri che attualmente consentono a uno straniero di ottenere la cittadinanza italiana (in sintesi: 10 anni di residenza, l’assenza di precedenti penali, la disponibilità di un reddito sufficiente e stabile, una buona conoscenza della lingua italiana). Percentuali che salgono a circa il 60% fra coloro che hanno dichiarato di volersi recare alle urne, a dimostrazione che lo stato di informazione dell’elettore incide significativamente sulla consapevolezza della sua scelta di voto (o non voto).
Eppure un referendum sulla cittadinanza agli stranieri è un tema importante, concernendo l’appartenenza o meno alla comunità politica. Ed è quanto meno discutibile che su una questione così sensibile per l’opinione pubblica italiana, come i diritti riconosciuti agli stranieri regolarmente residenti nel nostro paese, si giochi una partita al ribasso, sfruttando l’onda lunga dell’astensionismo, per poi magari gridare ai rischi per la democrazia quando quello stesso fenomeno colpisce i partiti politici, ormai cronicamente vittime di una grave crisi di legittimazione.
Il voto dell’8 e 9 giugno al referendum sulle condizioni di cittadinanza degli stranieri potrebbe rappresentare un importante passaggio per la vita democratica del nostro paese. I “Sì” potrebbero essere maggioranza o minoranza, ma qualora il voto fosse validato da un’ampia partecipazione elettorale (sufficiente a rendere efficace l’esito della consultazione) il segnale fornito dall’espressione della volontà popolare sarebbe chiaro. Ma poiché è assai probabile, se non certo, che ciò non avverrà, il risultato finale non avrà altro effetto che perpetuare le ambiguità, le contraddizioni e le strumentalizzazioni che ancora oggi in una delle più importanti e avanzate democrazie europee contraddistinguono la discussione pubblica sulla presenza regolare degli stranieri.
Luciano M. Fasano, Responsabile Srettore Europa e Paesi terzi
