Le questioni poste – pur senza esaurire la complessità del tema – offrono uno spunto per riflettere criticamente sul significato contemporaneo della cittadinanza soprattutto in un contesto sociale sempre più caratterizzato dalla pluralità culturale, identitaria e biografica.

L’8 e 9 giugno si terrà un referendum abrogativo che propone la modifica di una disposizione della legge n. 91 del 1992 in materia di cittadinanza per naturalizzazione. Attualmente, per i cittadini non comunitari uno dei requisiti principali per presentare domanda è la residenza legale e ininterrotta in Italia per almeno dieci anni. Il referendum mira a riportare questo termine a cinque anni, come previsto prima del 1992, in linea con la precedente normativa che risale al 1912.

L’eventuale abrogazione non comporterebbe un accesso automatico alla cittadinanza, ma inciderebbe esclusivamente sulla durata del requisito minimo di residenza. Resterebbero invariati gli altri criteri previsti dalla normativa vigente, tra cui il possesso di un reddito sufficiente, l’assenza di condanne penali, la conoscenza della lingua italiana e la continuità del soggiorno.

Per comprendere meglio il significato di questa consultazione, è utile rispondere a qualche domanda e fare qualche precisazione e riflessione.

Quante persone otterrebbero la cittadinanza con il “sì”?

Secondo alcune stime, circa un milione e mezzo di persone risiedenti in Italia da almeno cinque anni potrebbero potenzialmente rientrare nei nuovi parametri. Tuttavia, tale numero non corrisponde automaticamente al totale delle domande che verrebbero effettivamente presentate o accolte. Non tutte le persone con il requisito di residenza avrebbero infatti anche gli altri requisiti richiesti.

Inoltre, alcuni cittadini stranieri scelgono di non fare domanda perché non sono interessati a diventare cittadini italiani. Altri ancora non possono fare domanda a causa delle normative dei paesi d’origine (ad esempio, in caso di divieto di doppia cittadinanza) o della mancanza di accordi bilaterali tra i paesi.

Va inoltre considerato che, nella prassi, il percorso per ottenere la cittadinanza può richiedere tempi molto più lunghi rispetto al minimo legale. Dopo aver maturato i requisiti, infatti, occorrono anni per l’esame e l’eventuale approvazione delle domande da parte delle autorità competenti.

La riduzione del requisito temporale di residenza modifica il livello di selettività?

La modifica proposta riguarda esclusivamente la durata del soggiorno. I criteri sostanziali – come la disponibilità economica, la conoscenza linguistica e il rispetto della legalità – restano invariati. Il sistema continua, dunque, a prevedere una valutazione fortemente selettiva dei requisiti individuali.

Se ai cittadini stranieri residenti sono già garantiti diritti fondamentali come sanità e istruzione, quale valore aggiunto offre il riconoscimento della cittadinanza?

Il riconoscimento della cittadinanza costituisce un passaggio cruciale sia sul piano giuridico sia su quello simbolico, poiché segna la distinzione tra l’accesso ai diritti sociali il pieno esercizio dei diritti civili e politici. Oltre all’accesso a sanità, istruzione e servizi essenziali, la cittadinanza attribuisce diritti esclusivi come il diritto di voto, la possibilità di candidarsi a cariche pubbliche, e l’accesso ad alcune professioni nel settore pubblico. Essa rappresenta inoltre il riconoscimento formale dell’appartenenza alla comunità politica nazionale, valorizzando la partecipazione economica, sociale e culturale dell’individuo alla vita collettiva.

Questa dimensione assume particolare rilevanza per i figli di immigrati, molti dei quali sono nati o cresciuti in Italia, si sentono parte integrante della società e si riconoscono come italiani. Tuttavia, l’assenza della cittadinanza può tradursi per loro in una condizione di sospensione giuridica e simbolica, che limita l’accesso a diverse opportunità – come concorsi pubblici e mobilità internazionale – e impedisce la piena partecipazione alla vita democratica e civica del Paese.

Qual è la finalità di ridurre il requisito di residenza da dieci a cinque anni, se chi possiede i requisiti ottiene comunque la cittadinanza prima o poi?

Ridurre il requisito minimo di residenza da dieci a cinque anni non equivale a semplificare o automatizzare il processo di concessione della cittadinanza.
La misura inciderebbe unicamente sul momento in cui è possibile avviare la domanda, all’interno di un iter che resta complesso e articolato.

Per comprendere meglio, si consideri un esempio concreto: una persona che arriva in Italia può impiegare diversi anni (ben oltre cinque) per soddisfare i requisiti di reddito, conoscenza linguistica e di residenza continuativa, e solo successivamente può presentare domanda. A questa fase si aggiungono spesso anche altri quattro o cinque anni di attesa tra la raccolta della documentazione necessaria e per la valutazione amministrativa. Questo significa che il tempo effettivo per diventare cittadini, da quando si arriva in Italia, può facilmente superare i dieci/quindici anni.

 Le questioni sopra poste – pur senza esaurire la complessità del tema – offrono uno spunto per riflettere criticamente sul significato contemporaneo della cittadinanza soprattutto in un contesto sociale sempre più caratterizzato dalla pluralità culturale, identitaria e biografica, in una società che si definisce democratica e fondata sul principio della dignità umana.

Le società non sono entità statiche o impermeabili: esse sono attraversate da processi dinamici, relazionali e trasformativi, che ridisegnano costantemente i confini dell’appartenenza. In tale scenario, la cittadinanza potrebbe assumere la forma di un “co-belonging”, ovvero di una relazione bidirezionale in cui non è solo l’individuo a riconoscersi parte della comunità politica e ad assumerne diritti e doveri, ma è anche lo Stato – e la collettività in senso lato – a riconoscerne la piena appartenenza. In questa prospettiva, l’estensione della cittadinanza non rappresenterebbe una forzatura o una rottura, bensì il riconoscimento giuridico di una realtà sociale già esistente in una società sempre più plurale. Nessuna collettività rimane identica a sé stessa nel tempo: ogni società si trasforma, negozia i propri confini simbolici e integra nuovi elementi nella definizione di sé.

Naturalmente, una società plurale comporta anche tensioni, conflitti e sfide complesse. Tuttavia, è proprio nella capacità di attraversare tali difficoltà che si misura il grado di maturità democratica di un sistema politico. Una visione relazionale della cittadinanza riconosce l’esistenza di divergenze, ma le affronta attraverso strumenti di giustizia sociale, mediazione democratica e partecipazione attiva. È in questo senso che la cittadinanza potrebbe proporre un “ingaggio civico”, inteso non come mera inclusione passiva o paternalistica, bensì come coinvolgimento consapevole e responsabilizzante.

Sumaya Abdel Qader, Ricercatrice, sociologa e scrittrice