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Cittadinanza: una sfida aperta

In occasione della presentazione del 30° Rapporto sulle migrazioni 2024, Fondazione ISMU ETS ha dedicato uno dei quattro workshop organizzati nella sessione pomeridiana al tema della cittadinanza.  

di Veronica Riniolo, ricercatrice e docente, Università Cattolica del Sacro Cuore

Perché discutere (ancora) di cittadinanza?

In primo luogo, l’8 e il 9 giugno 2025 saremo chiamati come cittadini ad esprimerci su un quesito referendario relativo al requisito degli anni di permanenza in Italia per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana. In secondo luogo, il tema della cittadinanza è complesso e chiama in causa questioni non esclusivamente giuridiche, ma anche – e soprattutto – identitarie. Affrontare il tema della cittadinanza significa interrogarsi su chi riconosciamo come membro legittimo della nostra comunità politica e su quali criteri è giusto basare questa appartenenza.

Le posizioni, a tale proposito, sono molteplici, come testimoniano le varie proposte – mai implementate – avanzate negli ultimi decenni. Le prime iniziative promosse dalla società civile per la riforma dell’attuale legge risalgono già ai primi anni del Duemila con la campagna “Bambini d’Italia” promossa dalla Comunità di Sant’Egidio. I modi di acquisto della cittadinanza – ad oggi – sono normati da una legge elaborata oltre 30 anni fa in un contesto che da allora è profondamente e continuamente cambiato.

Come è cambiato il contesto?

Il consolidarsi della presenza delle prime generazioni di immigrati, nonché la progressiva crescita delle seconde e ormai terze generazioni, ha aperto un ampio dibattito sui criteri in base ai quali attribuire la cittadinanza italiana.

L’immigrazione in Italia è infatti ormai un fenomeno stabile che ha trasformato e profondamente modificato la composizione della popolazione e ha avuto un impatto in tutti gli ambiti della società, pensiamo per esempio al mondo della scuola, dove gli alunni con cittadinanza non italiana (di prima o seconda generazione) rappresentano l’11,2% del totale degli iscritti nelle scuole italiane (per approfondire puoi vedere il capitolo La scuola, nel nostro 30° Rapporto sulle migrazioni), o al mercato del lavoro, nel quale l’occupazione straniera è pari a poco più del 10% dell’occupazione complessiva (per approfondire puoi vedere il capitolo Il lavoro, nel nostro 30° Rapporto sulle migrazioni).

Per favorire un dibattito puntuale e informato, il workshop Cittadinanza: una sfida aperta ha offerto l’occasione per interrogarsi sull’adeguatezza dell’attuale normativa relativa all’acquisizione della cittadinanza, in termini anche di ricadute identitarie e pratiche sulle prime generazioni di immigrati e sulle seconde generazioni.

Il workshop e i suoi obiettivi

Il workshop ha preso avvio da due spunti di riflessione proposti Ennio Codini, responsabile del Settore Legislazione di ISMU

  1.  L’attuale legislazione sulla cittadinanza è adeguata per i figli e le figlie delle prime generazioni di immigrati, o ci sono margini di miglioramento? Nel tempo sono emerse diverse proposte, come lo ius scholae che suggerisce di legare il riconoscimento della cittadinanza al percorso scolastico.
  2. L’attuale normativa è ottimale con riferimento alla naturalizzazione degli immigrati adulti? Tale quesito diviene di particolare rilievo se si considerano, a titolo di esempio, i lunghi tempi di attesa per l’ottenimento della cittadinanza.

    Chi è intervenuto

    Per rispondere a tali quesiti, sono stati invitati alcuni esperti provenienti da realtà istituzionali e non, capaci di fornire un apporto al tema a partire da prospettive, realtà ed esperienze differenti. Hanno preso parte al workshop:

    Federica Donati, Vicepresidente Unione Apolidi Italiani
    Noura Ghazoui, Presidente CoNNGI
    Gaia Romani, Assessora al Decentramento, Quartieri e Partecipazione, Servizi Civici e Generali Comune di Milano
    Massimo Signorelli, Viceprefetto Vicario Prefettura di Milano

    Cosa è emerso nel corso del workshop? Una sintesi

    Adottare un esclusivo approccio giuridico nel dibattito sulla cittadinanza non è sufficiente. Nella discussione sulle modalità di acquisto della cittadinanza italiana diviene cruciale considerare l’impatto sociale dell’accesso o meno alla cittadinanza anche in termini delle sue conseguenze sui processi di integrazione delle prime generazioni di immigrati e dei loro figli/figlie.

    Sentirsi italiani e non farne parte. In tanti casi, il senso di appartenenza di molti minori e giovani con background migratorio non trova riscontro nel loro status giuridico. Ciò comporta la necessità di intervenire per rendere la normativa più coerente con le esigenze della società che è cambiata.

    Cittadini di fatto. Siamo di fronte a una “sfasatura” tra i processi reali di integrazione, che avvengono molto prima dell’acquisizione della cittadinanza italiana, e l’acquisizione dello status giuridico. La cittadinanza viene concessa a “giochi fatti” e non durante il processo di integrazione/inclusione. La disciplina andrebbe allineata ai processi, i diritti non andrebbero concessi alla fine.

    Il senso di appartenenza non corrisponde, quindi, allo status giuridico. Per molti immigrati e, soprattutto, per i loro discendenti nati e/o cresciuti in Italia, il sentimento comune è quello di sentirsi italiani, ma di non sentirsi riconosciuti come tali. Il mancato riconoscimento giuridico comporta un senso di esclusione, rendendo alcuni cittadini di fatto sostanzialmente invisibili. Siamo di fronte a una forte tensione tra inclusione ed esclusione. Il mancato riconoscimento giuridico ha dei riflessi sul piano sociale.

     

    Concezione premiale della cittadinanza. In molti casi, la cittadinanza continua a essere trattata non come un diritto, ma come un premio da concedere solo a chi “se lo merita”.

    “Costi” della mancata cittadinanza. Ci sono dei costi del mancato riconoscimento formale che si manifestano su diversi piani, per esempio in termini identitari, di benessere mentale e in termini pratici (per esempio, non si può accedere a concorsi pubblici; non si può accedere al programma Erasmus).

    Apolidia. La condizione degli apolidi apre una questione cruciale nel dibattito sulla cittadinanza: si tratta di persone senza diritti e senza voce, rese invisibili. Vivere senza cittadinanza significa affrontare un doppio livello di esclusione: non essere riconosciuti come cittadini e, in molti casi, nemmeno come apolidi. Senza questo riconoscimento, si è privati di diritti fondamentali, come l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale. Secondo i dati ufficiali, in Italia ci sono circa 3.000 apolidi, ma le stime reali sono più alte. La maggior parte appartiene alla comunità rom. Tale marginalità si traduce spesso anche in una mancata conoscenza dei propri diritti.

    Un fil rouge?

    In conclusione, le riflessioni emerse dagli interventi di esperte, esperti e partecipanti al workshop hanno evidenziato una criticità e un paradosso: l’attuale normativa sulla cittadinanza rischia di operare più come strumento di esclusione che di inclusione.

    La normativa sulla cittadinanza dovrebbe avere una valenza integrativa al fine di promuovere e favorire i processi di inclusione di tutti i cittadini.

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